LA PERTE N’EXISTE PÀS. Galleria MANCASPAZIO

Galleria MANCASPAZIO NUORO

A cura di Chiara Manca e Simona Spinella

Dal 20 dicembre 2024 al 15 febbraio 2025

Flusso continuo, 2024, tecnica mista su tela, 100 x 80 cm.

Nero bianco, 2024, tecnica mista su tela, 80 x 80 cm.

Sovrapposto, 2024, tecnica mista su tela, 80 x 80 cm.

L’epidermide della terra
Per definizione uno spazio diventa “geografico” quando diviene campo di ricerca,
assume diversi connotati e può essere definito in molti modi. In questa prospettiva il
Mancaspazio diviene tutto questo, si trasforma e accoglie la mostra “La perte n’existe
pas” di Federico Carta, in arte Crisa.
È attraverso uno spazio – quello di relazione – che mi ritrovo a scrivere di questa
esperienza. Con Federico e Chiara, nel corso di questi mesi, abbiamo condiviso spazi
d’interazione umana, intrecciando relazioni tra eventi e creando così uno spazio di
possibilità, appunto, che mi ha portato ad accogliere il loro timido invito.
Le sette “Geografie strappate” – come le definisce Federico durante il nostro studio visit
– mi hanno fatto pensare al geografo francese Jean Tricart che definì nel suo senso più
ampio lo spazio geografico come “l’épiderme de la terre”.
Sì, è impossibile non parlare di epidermide osservando le sette tele. Come Federico
stesso mi ha raccontato, su di esse ha stratificato il tempo, lo ha definito attraverso
velature di colore, ha tramutato le tele in muri. Muri dove le imperfezioni, i grumi
accumulati dagli strati diventano dettagli significativi, guide nello sguardo.
In ciascuna tela, tutto ciò che accade all’interno di una di esse, ha effetto su tutte le
altre. Queste geografie occupano un luogo fisico, sono misurabili, portano in sé
componenti – distribuzioni interne – ma sono dinamiche, custodiscono parole celate e
velate tutte connesse da una idea.
Lo sguardo rimane lì, concentrato sulla composizione, impulsiva e istintiva. Federico in
alcune decide di sovrapporre strati, introduce nelle campiture piatte di colore elementi
della natura sarda, tocca e sfiora le superfici con un piccolo rullo, graffia e accarezza
come se stesse dando l’ultima mano di intonaco a un muro vivo.
Le geografie del presente, strappate nella loro contemporaneità, ci restituiscono squarci,
frammenti di senso. Per questo che Crisa decide di “rompere il muro” e tornare alla
tela, per raccontarci di alterità. I sette lavori sono muri metaforici, luoghi in cui la
tensione istintiva del muralista permane e pulsa di nuovi battiti. Nella sua pittura
murale, la natura si rivela autentica, universale, volge lo sguardo sulla natura umana.
Concettualmente, queste opere costituiscono un paesaggio non convenzionale. In
“Geografia murale”, “Flusso continuo”, “La perdita non esiste”, le loro trame, che
richiamano arazzi, rimandano alla lavorazione a patchwork dei tessuti delle mappe di

Boetti. “La perte n’existe pas” richiama, in alcune sue parti, la serie di Fabro attorno alla
sagoma geografica dell’Italia. Inoltre, è impossibile non evocare Maria Lai e la sua “La
torre”, dove commemorò la tragedia delle torri gemelle di New York – emblema di una
perdita – con un telaio campestre bianco sovrastato da uno nero: un’immagine che
sembra risuonare anche nelle profondità concettuali delle opere “Nero bianco”
“Residuo continuo” e “Sovrapposto”. Nelle lacerazioni, nelle superfici sottratte affiorano
piccolissimi segni sconosciuti e primordiali, che si rincorrono, si aggregano e
disaggregano, divengono frammenti.
Le sette tele di Crisa, ci proiettano in una condizione di empatia con lo spazio vuoto.

Simona Spinella

Residuo continuo, 2024, tecnica mista su tela, 100 x 150 cm.

Geografia murale, 2024, tecnica mista su tela, 100 x 80 cm.

La perdita non esiste, 2024, tecnica mista su tela, 100 x 80 cm.

La perte n’existe pas, tecnica mista su tela, 120 x 100 cm.

La perdita non esiste
Per la stesura di questo testo, come sempre accade, ho iniziato con una metodica ricerca di parole, frasi e
immagini, durante la quale ho mischiato quello che trovavo, con le fotografie scattate nello studio di Crisa
durante gli studio visit per prepararci all’inaugurazione della sua prima mostra personale a Nuoro.
Nella Treccani fra le varie definizioni della parola perdita c’è: Il rimaner privo della presenza.
La presenza in questa mostra è rappresentata dai muri delle città e da tutto quello che sui muri si stratifica,
in un ciclo continuo di sovrapposizioni, tra crepe, cadute di intonaco e scritte, cartelloni incollati, muschi e
licheni che nel tempo di una vita umana cambiano centinaia di migliaia di volte, ogni giorno, come fossero
vivi.
Crisa nega il concetto di privazione, già dal titolo scelto per la mostra e racconta altri scenari e universi, alcuni
riemergono dal passato, altri, più in superficie, sono in costante divenire. Imprime sulla tela le tracce del
passaggio dell’uomo e del tempo, dell’arte e della creatività, del passato e del presente.
La coincidenza di tracce del tempo in un determinato spazio, in costante cambiamento, in uno specifico
momento, in un luogo prescelto, è effettivamente ciò che Crisa immagina e dipinge, realizzando un universo
inedito ed irripetibile. Sulle tele equilibri e connessioni fra gli elementi in moto perpetuo, diventano armonia
visiva e poetica creativa.
Le opere di Crisa sono come mappe topografiche dove le isoipse, (gli strati raffigurati sulla superficie della
tela), rappresentano la profondità del tempo e ne mostrano il percorso dal presente al passato, dalla
superficie al fondo.
Il tempo diventa unità di misura, ciò che l’artista dipinge su tela (o parete), verrà coperto, ricoperto, sepolto,
celato, per riemergere in un futuro imprecisato, a raccontare i panorami, le visioni e le vedute di Crisa oggi.
Come all’interno di una finestra temporale, concettualmente il presente si fa futuro, visivamente il passato
diventa presente, in un fluire coerente di segni e immagini, fra immaginazione e realtà.
L’arte, la pittura, la creatività, riemergono da una frattura, da una crepa, da una perdita; La presenza si mostra
timidamente solo a chi, più attento, si sofferma ad osservare, sotto strati di intonaco, stucco, colore, carta e
colla che si avvicendano da tempo indefinibile ed indefinito.
Come se l’opera, dopo essere stata sulla superficie di quel muro, poi coperta dal muschio o da un cartellone
pubblicitario sbiadito e strappato, stesse di nuovo emergendo e nel farlo, muta anche l’immagine e lo stato,
del muro nel presente. Compaiono gli Universi di Crisa, un cosmo in tensione, paesaggi e cieli, simboli e segni
stilizzati, forme ripetute in equilibrio e connessione.
I muri dipinti da Crisa non solo raccontano metaforicamente il tempo, la memoria, il percorso e la vita di ogni
individuo, ma mostrando minuscole porzioni di cosmo attraverso crepe e strappi, parlano anche della natura
intima dell’opera d’arte, che, come scriveva Maria Lai “occupa un piccolo spazio, ma può sconvolgere uno
spazio immenso. Un po’ di universo perché non ci sfugga”.

Chiara Manca.

Fotografie Nelly Dietzel e Daniele Brotzu